AVVISO AI LETTORI:

AVVISO AI VISITATORI: Questo blog è "migrato" da Myblog a Blogger il 1° ottobre 2012. Ho trasferito una parte dei vecchi post in questa nuova "sede", ma chi volesse saperne di più di me, di Lilli e del nostro "passato" può andare a dare un'occhiata QUI

venerdì 20 aprile 2018

Venerdì del libro (268°): UN RAGAZZO NORMALE

Cara Lilli,

oggi per seguire l'iniziativa di HomeMadeMamma ti parlo di un romanzo che ho terminato proprio pochi giorni fa: UN RAGAZZO NORMALE di Lorenzo Marone.

Tu sai che ho molto apprezzato i precedenti libri di questo scrittore (in particolare La tentazione di essere felici, ma anche Magari domani resto) e anche stavolta posso dire che la mia fiducia di lettrice è stata ben riposta: la storia di Mimì, ragazzino intelligente e riflessivo, insolito figlio del portiere di un palazzo del Vomero, quartiere nella zona alta di Napoli, mi ha trasportato indietro nel tempo, in quegli anni '80 che anche io ho vissuto da ragazzina, e mi ha fatto assaporare (come sempre accade leggendo i libri di Marone) l'atmosfera di una Napoli bella e dannata. 

Mimì è insolito perchè a differenza del resto della sua famiglia coltiva l'amore per la lettura, ha sete di conoscenza, parla un italiano perfetto, anche fin troppo altisonante per la sua età.

Ma quello che ho trovato bello in questo romanzo, al di là poi della storia personale di Mimì, delle sue amicizie, del suo primo amore, delle vicende dei vari componenti sua famiglia, è ciò che Marone fa passare tra le pagine e fa arrivare al cuore del lettore: il messaggio che l'affetto, la saggezza popolare ma non per questo meno meritevole di attenzione, l'unità di una piccola comunità (nel caso specifico la famiglia) sono cose che danno un senso importante alla vita.

Mimì (e il lettore con lui) capirà quanto è grande la fortuna che ha nell'essere nato e cresciuto in quella famiglia che vive in 6 (genitori, figli e nonni) in un bilocale con bagno, in cui non mancano i battibecchi, il linguaggio dialettale ma abbondano l'amore genuino e la semplicità.

Ho amato una scena in particolare, in cui Mimì è col papà a pesca un mattino presto: quel papà portiere che a volte lui avrebbe desiderato fosse diverso, più colto, più partecipe, più coinvolto nei suoi interessi... quel papà che gli donerà un abbraccio che lui non dimenticherà, in un momento particolarmente difficile da accettare e delicato.

Ecco, già questo potrebbe bastare per spiegare perchè mi è piaciuto questo romanzo. Ma c'è di più: stavolta Marone ha voluto intrecciare in qualche modo la storia del suo protagonista con quella di un personaggio realmente esistito. 

Nel palazzo in cui vive Mimì abita anche Giancarlo Siani, il giovane giornalista che scriveva di camorra, cercando di far luce sui loschi traffici e crimini. Una voce che usciva dal coro, una voce scomoda, che infatti trovò la morte in un agguato malavitoso proprio sotto casa, il 23 settembre 1985 quando aveva compiuto da pochi giorni 26 anni.

Gli incontri tra Mimì e Giancarlo, disseminati qua e là lungo i capitoli, racchiudono in poche righe alla volta una tenerezza disarmante (per il ragazzino quel giornalista è un supereroe) e insieme un'amara consapevolezza di come vanno le cose nella realtà che danno ancora più valore a questo libro.





 I suggerimenti di altri blogger per questo venerdì del libro li trovi elencati QUI


Aggiornamento del 21/04/2018:  in seguito alla segnalazione fatta dalla carissima Calo (GRAZIEEEEEE!), Lorenzo Marone, autore del romanzo, ha segnalato sulla sua pagina facebook questo mio post! 

E' una piccola-grande soddisfazione :) 
 

martedì 17 aprile 2018

Pensieri un pò assonnati e "relatività"

Cara Lilli,

arrivo da te sbadigliando e stiracchiandomi, dopo un pisolino pomeridiano.

Sì sì: proprio un pisolino, hai letto bene. 

Questo pomeriggio piovoso mi ha sorprendentemente portato in dono un'oretta di sonno accoccolata sul divano, con il monello a sua volta addormentato, abbracciato alle mie gambe.

Da quanto non mi capitava? Un secolo. Eppure oggi è andata così. Niente corse dopo pranzo al centro di riabilitazione, perchè il martedì terapia la fa solo la monella e lei oggi non c'è. Mio marito è al lavoro. La casa è tutta mia e del monello, nel silenzio rotto solo dal ticchettio della pioggia fuori, che ora è lieve dopo il gran temporale che c'è stato un paio di ore fa.

E' dolce quella sensazione di torpore che ti prende, mentre ti rilassi pian piano, sapendo che per un pò puoi anche startene lì a non far nulla. E se anche c'è in effetti sempre qualcosa da fare in una casa, alla fine si può anche rimandare di un pochetto e non casca il mondo.

C'è ancora del tempo finchè tornerà la monella e bisognerà andare a prenderla in piazza, dove arriverà col pullman della scuola. Ma sai una cosa? Pregusto già quella sensazione di attesa, non nervosa ma anzi piacevole, mentre con le altre mamme e i papà butteremo un occhio all'orologio e uno alla strada che arriva dalla provinciale e ci diremo che ormai staranno per spuntare, che il messaggio della rappresentante di classe diceva che erano a pochi minuti da lì...

Poi... la classica ressa davanti alle porte del pullman, i piccoli gitanti festosi e anche un pò stanchi magari, che scendono dalla scaletta e cercano con lo sguardo chi è venuto a prenderli... la monella che di certo vorrà subito un abbraccio e mi dirà come sempre: "Mamma, togli i capelli dalla guancia!" perchè vuol darmi un bacio.

Lei che, nonostante le difficoltà dovute in parte al suo carattere e in parte al suo disturbo, va da anni ormai da sola (senza di me, intendo) a feste e gite, superandosi con grande volontà sempre, perchè i posti nuovi e ciò che è fuori dalla sua routine quotidiana le mettono ansia, così come la confusione e il chiasso la disorientano tanto da portarla spesso a reagire a sua volta strillando o piangendo. 

Ma lei parte e va, comunque. Perchè al di là di tutto vuol bene ai suoi amichetti e alle maestre e desidera stare con loro, anche se deve combattere con queste paure e queste sensazioni che la agitano e che la vorrebbero far chiudere nel suo guscio e vorrebbero frenarla. Ma lei ci prova, con tutta se stessa, ad andare oltre. E  di solito ce la fa, pur con qualche inciampo

Lei ogni giorno, nel suo piccolo, insegna a me che sono la sua mamma che l'importante non è non inciampare mai, ma sapersi rialzare e rimettersi in cammino.

E così anche la telefonata di oggi della sua maestra, a ora di pranzo, che mi dice: "Tutto a posto, Monella ha strillato solo un poco, in un momento di intervallo in cui c'era un pò troppo caos. Ma poi si è subito calmata e ora va tutto bene!", è accolta con soddisfazione.

Perchè tutto è relativo, come dico sempre io: quel "ha strillato solo un poco" che nel caso di un bambino senza particolari problematiche avrebbe di certo allarmato la mamma, nel caso della mia monella ha il sapore di una piccola-grande conquista :-)

Intanto ha smesso del tutto di piovere, Lilli. E il monellino mi ha raggiunto qui al pc, stropicciandosi gli occhi, tutto ancora assonnato. Possiamo goderci un altro poco di tranquillità, io e lui...

domenica 15 aprile 2018

Treccia-brioche dolce

Cara Lilli,

oggi è domenica e quale giorno migliore c'è per lasciarti una ricettina sfiziosa? 

Avevo un cubetto di lievito di birra in scadenza e mi sono messa al pc per cercare una volta tanto di usarlo non per preparazioni salate (tipo focacce e pizze, che pure sai adoro!) bensì per un dolce.

Ho trovato su Giallo Zafferano questa brioche a forma di treccia facile da fare, con tempi di lievitazione neppure troppo lunghi, e mi sono convinta subitoa provarla :)

E' poco dolce, come sono quelle brioches piccine tonde che si trovano nei panifici, se hai presente. La ricetta orginale prevedeva l'uso di scorza di limone, io non avevo il limone a disposizione e ho optato per l'uvetta come ingrediente per dare un tocco in più.

E' venuta morbida e profumata, tanto che in casa anche a detta di mio marito sembrava di essere nel laboratorio di un fornaio. L'unica cosa da dire è che l'ideale è consumarla subito, fragrante, appena sfornata o al massimo il giorno dopo, se no perde in sofficità.

Ti riporto la ricetta presa come detto da Giallo Zafferano, con tra parentesi le mie piccole variazioni:

Ingredienti per l'impasto
    Burro 40 g
    Farina 00 300 g (Io 350 gr perchè era un pò troppo molle l'impasto)
    Lievito di birra fresco (oppure 7 g di lievito di birra disidratato) 25 g
    Zucchero 50 g
    Baccello di vaniglia 1 (Io ho usato l'estratto di vaniglia, 3 cucchiaini)
    Scorza di limone 1/2 (Io ho sostituito con 80 gr di uvetta)
    Sale fino 1 pizzico
    Uova piccole 2
    Latte intero 80 ml

Ingredienti per la ricopertura
    Uova 1
    Granella di zucchero 40 g

PROCEDIMENTO: 

Fate intiepidire il latte quindi versatelo in una ciotolina, unite lo zucchero, aggiungete il lievito di birra sbriciolato quindi mescolate il tutto con un cucchiaino.
Lasciate riposare il composto in un luogo tiepido (per circa 10 minuti) fino a quando vedrete comparire della schiuma in superficie. Versate la farina setacciata in una ciotola, fate una conca nel centro e unite il composto di latte e lievito; fate fondere il burro e  aggiungetelo alla farina.
Sbattete le due uova e unitele agli ingredienti nella ciotola assieme alla scorza grattugiata di mezzo limone (io no), ai semi di una bacca di vaniglia (io all'estratto di vaniglia) e al sale. Per mezzo di un mestolo cominciate ad amalgamare gli ingredienti.
Poi trasferite il composto su di una spianatoia e impastate bene fino ad ottenere un impasto liscio ed omogeneo  che lascerete lievitare in una ciotola infarinata e coperta da un canovaccio pulito in un ambiente tiepido e privo di correnti d’aria per almeno un’ora. Quando l’impasto avrà raddoppiato il suo volume disponetelo su di una spianatoia lavoratelo qualche minuto per farlo rinvenire (io ho unito adesso l'uvetta precedentemente messa a bagno in acqua tiepida e poi strizzata) e poi dividetelo in tre parti di uguale peso (circa 200 gr l’uno).
Con ognuna di queste parti formate un bastoncino della lunghezza di circa 35 cm, che intersecherete formando  una treccia saldata alle estremità.
Disponete la treccia sopra una teglia foderata con carta forno, copritela con un canovaccio pulito e lasciatela lievitare per mezz’ora, dopodiché spennellatela con l’uovo sbattuto, cospargetela con la granella di zucchero e infornatela in forno già caldo a 170° per 40 minuti circa (comunque fino a che la superficie sarà ben colorita). (NOTA MIA: a me sono bastati soli 20 minuti!)

Ed eccola qui, la mia trecciona... invitante, vero? :)





Ci si può sbizzarrire con piccole varianti, usando ad esempio le gocce di cioccolato o i canditi. E chi desidera un sapore più decisamente dolce può aumentare un pò la quantità di zucchero.

E allora... buon appetito, Lilli!


venerdì 13 aprile 2018

Venerdì del libro (267°): LA RAGAZZA DEL TRENO

Cara Lilli,

finalmente riesco a postare di venerdì e partecipo all'iniziativa di HomeMademamma parlandoti di un romanzo che ho letto questo scorso inverno, dopo aver a lungo meditato se mi andasse o meno di affrontare uno di quei bestseller fa di cui tutti parlano e da cui è stato tratto immediatamente anche un film: LA RAGAZZA DEL TRENO, di Paula Hawkins.

Alla fine mi sono decisa e devo dire che stavolta è andata meglio che in altre occasioni, quando il gran clamore suscitato da qualche libro poi si è rivelato essere per me esagerato e fuori luogo, lasciandomi delusa in modo più o meno deciso.

Ti riporto la sinossi direttamente dal sito delle Edizioni Piemme:

"La vita di Rachel non è di quelle che vorresti spiare. Vive sola, non ha amici, e ogni mattina prende lo stesso treno, che la porta dalla periferia di Londra al suo grigio lavoro in città. Quel viaggio sempre uguale è il momento preferito della sua giornata. Seduta accanto al finestrino, può osservare, non vista, le case e le strade che scorrono fuori e, quando il treno si ferma puntualmente a uno stop, può spiare una coppia, un uomo e una donna senza nome che ogni mattina fanno colazione in veranda. Un appuntamento cui Rachel, nella sua solitudine, si è affezionata. Li osserva, immagina le loro vite, ha perfino dato loro un nome: per lei, sono Jess e Jason, la coppia perfetta dalla vita perfetta. Non come la sua.
Ma una mattina Rachel, su quella veranda, vede qualcosa che non dovrebbe vedere. E da quel momento per lei cambia tutto. La rassicurante invenzione di Jess e Jason si sgretola, e la sua stessa vita diventerà inestricabilmente legata a quella della coppia. Ma che cos’ha visto davvero Rachel?"

La ragazza del treno mi è piaciuto abbastanza, perchè ha dalla sua una storia di base intrigante ma ha anche delle pecche, come la poca fluidità del racconto per via dei falshback frequenti e dell'alternarsi dell'io narrante. E per di più una protagonista per cui personalmente non sono riuscita a provare simpatia nè immedesimazione, che anzi mi ha quasi infastidito col suo modo di essere e di fare. Ma quest'ultima cosa, in effetti, non posso definirla una pecca vera e propria, perchè è un'osservazione molto soggettiva diciamo.

La prima parte del libro l'ho trovata più lenta, la seconda ha un ritmo più incalzante, che si fa d'un tratto di nuovo stranamente lento per alcune scene e poi più frenetico nel finale. Il che anche non è che sia un pregio, perchè quando da un certo punto, già molto avanti nella storia, in poi si decelera e poi si riaccelera  per arrivare alla conclusione secondo me si rischia di far perdere la giusta suspense che si era creata fino a quel momento. 

Comunque, io il colpo di scena lo avevo intuito già prima che avvenisse, ma in definitiva ti ribadisco che questo libro non mi è dispiaciuto. Non so però se vedrò il film, anche perchè essendo in thriller e conoscendo il finale non avrebbe alcun mordente la storia. Forse potrei vederlo, ma più che altro per capire se la trasposizione è stata fedele al libro. 

Sarei curiosa di sapere se c'è qualche mio amico di blog che ha letto il romanzo o visto il film e che cosa ne pensa :)




I suggerimenti di altri blogger per questo venerdì del libro li trovi elencati QUI

mercoledì 11 aprile 2018

Una panchina di Via Caracciolo

Cara Lilli,

stamattina aprendo gli occhi il mio pensiero è subito volato verso la persona che più vorrei fosse presente in questo momento difficile che la mia famiglia in senso ampio (cugini, zii, nipoti) sta vivendo dal giorno della domenica delle Palme. 

Se la mia mamma fosse qui sono certa che sarebbe come sempre un punto di riferimento non solo per me e mio fratello, suoi figli, ma per tutti.

Lei aveva il dono di saper accogliere, non solo fisicamente, ma anche psicologicamente; di saper ascoltare, comprendere, consolare, redarguire anche se occorreva, ma poi sempre spronare e sostenere.

Questo senza nulla togliere al fatto che avesse i suoi difetti, come ognuno li ha. E che ha commesso i suoi errori, naturalmente. Ma ha vissuto in modo pieno, generoso, proiettata verso gli altri: è stata figlia, sorella, mamma, zia, amica, insegnante. 

Ma è stata innanzitutto una donna. Una donna che ha avuto la fortuna di trovare un uomo che l'ha amata profondamente e che lei ha a sua volta amato allo stesso modo.

Una storia un pò complessa e lunga la loro: con mio padre si sono conosciuti al liceo, ma è solo dopo anni di bellissima amicizia, vicissitudini varie che li hanno visti lontani, fidanzati con altre persone e intanto confidenti l'uno dell'altra, poi liberi da legàmi e di nuovo vicini ancora per un pò come amici, che sono arrivati a scegliere di costruire una vita insieme. Hanno sfiorato di poco le nozze d'oro, poi. Ma sono certa che le avranno festeggiate in Cielo.

La dichiarazione d'amore del mio papà, nel lontano 16 febbraio del 1959, è una delle più belle e particolari che io abbia mai sentito ed è impressa in un racconto che lui stesso scrisse e che in verità già in passato ho riportato, Lilli, ma che desidero riproporre anche quest'oggi, che sono giusto 7 anni da quando mamma è venuta a mancare, 17 mesi dopo papà.

Spero possa far emozionare chi vorrà soffermarsi un momento a leggerlo, così  come ogni volta fa emozionare me...

<< Proposi una passeggiata a via Caracciolo; era inondata di sole, sembrava che cantasse. Ai bordi della villa una delle panchine aspettava noi. Ci sedemmo.

Di cosa avessimo parlato fino ad allora non lo so. Non mi ero fatto nessun piano particolare, anzi ero disteso e tranquillo perché sapevo che glielo avrei detto e basta, anche se avessimo conversato di astronautica.  Non era quello il problema. Semmai, bisognava dirlo in modo che non turbasse l’incanto, questo si, ma senza sdolcinature, nella maniera più naturale. Quale? Non lo sapevo e non mi interessava saperlo. Arrivato il momento le parole mi sarebbero venute acconcie e semplici, ne ero convinto.

Neanche ricordo, infatti, come fu che prendemmo a parlare del futuro, se fu lei o fui io ad iniziare. Evidentemente fummo tutti e due, perché era arrivato il tempo (per lei inconscio e per me atteso) di comprenderci l’un l’altro.

Cercava di intravedere nel suo avvenire, analizzava le esperienze passate facendo previsioni per il futuro, guardandosi dentro e confrontandosi col mondo e la sua realtà. 

Diceva: “Mi sento di dover vivere intensamente, ma non solo per me. Il passato mi mostra, però, che non troverò facilmente la giusta collocazione. Forse potrei realizzarmi come moglie ma forse potrei farlo mettendomi al servizio degli altri. Sai, esistono forme di vocazione laica che ti permettono di dedicarti al prossimo nel tuo stato, nella tua professione, restando nel mondo, soffrendo nel mondo, ma vivendo per il prossimo. A volte mi chiedo se per caso non sia questa la mia strada. Non lo so. Ho grande incertezza in me e non vedo chiaro nel mio futuro. Tante energie da profondere ma non so ancora in quale direzione potrò e dovrò esplicarle. Ho davanti due vie: il matrimonio e l’altra. Ma sono ancora ambedue buie. Bisognerà vedere quale di esse si illuminerà. Perciò adesso non so se mai mi sposerò.”

Fu allora che mi si concretizzò l’attimo atteso da tanto tempo, senza che l’avessi programmato; perciò mi affiorò con tono naturale e quasi distaccato (come una certezza ovvia) la frase che mi era partita dal cuore tumultuante: 

“Io invece ho deciso di sposarmi e di sposare te.”

Un attimo dopo mi sentii placato anche dentro, mentre vedevo sul viso di lei passare prima una rapida contrazione di sorpresa poi il rossore che accompagnò un’espressione di affetto e di dolore, come chi ha ricevuto un colpo senza preavviso, senza alcuna possibilità di attutirlo. Non seppe e non potè parlare. Mi guardava scossa ma non ferita, lusingata ma addolorata, come cercando aiuto per reagire in qualche modo alla situazione.

Bellissimo era il sole che risplendeva sul mare e bellissimo era il volto di lei, sconvolto dall’emozione…>>
 

lunedì 2 aprile 2018

Unicità

Cara Lilli,

oggi pensavo, guardando i miei monelli, a quanto si somigliano nei tratti delicati del viso, nel fisico longilineo, nei gusti musicali e in fatto di scelta di cartoni animati e programmi televisivi in genere.

Ma riflettevo anche su quando siano differenti tra di loro per carattere, per come si relazionano con gli altri, per interessi assorbenti, per capacità di espressione, per percorso di crescita fatto.

Sono simili eppure diversi. 

Sono fratello e sorella e sono per di più accomunati dalla stessa diagnosi di "disturbo dello spettro autistico", ma questo non li rende automaticamente uguali: sono diversi tra loro esattamente come è diversa qualsiasi altra coppia di fratello e sorella.

Anzi, io direi che non sono diversi tra di loro o dagli altri, bensì sono unici.  
Unici in tutte le loro carattersitiche e nel mix di esse.

Ecco, è questa la chiave di lettura più giusta secondo me: non vedere diversità ma UNICITA'.

I disturbi dell spettro autistico hanno tante sfumature, così come tante sono le sfumature del BLU, che è il colore scelto per rappresentare la Giornata Mondiale della Consapevolezza dell'Autismo.




Naturalmente non basta una giornata all'anno per parlare di autismo e per risolvere i problemi legati a tutto ciò che ruota intorno al mondo in cui sono catapultate le famiglie di bambini autistici, che poi, non dimentichiamocelo, diverranno adulti autistici.

Lo dico ogni anno e lo ribadisco anche stavolta: nonostante i casi siano in aumento e nonostante stiano evolvendosi gli studi su questo tipo di disturbi, ancora tantissimo c'è da fare a livello di terapie fruibili da tutti, di strutture adeguate, di formazione e soprattutto di informazione e consapevolezza. Perchè nel 2018 c'è ancora chi non sa cosa significa il termine autismo o lo sa in modo molto approssimativo.

Io nel mio piccolo cerco di fare la mia parte, intanto. Con mio marito, insieme anche tutti quelli che ci sono vicini, familiari e amici, terapisti, insegnanti di sostegno, accompagnamo i monelli nel loro cammi tra salite e discese, con lo sguardo sempre diritto avanti oltre l'ostacolo che di volta in volta si presenta, verso nuovi traguardi.



venerdì 30 marzo 2018

Essere famiglia

Cara Lilli,

non si dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli. E' innaturale, è inconcepibile.

Ieri ero in una chiesa colma fino all'inverosimile e insieme a tutta quella gente ho ascoltato con le lacrime agli occhi e il cuore in gola le parole di un padre che dall'altare ha salutato suo figlio, un ragazzo di 16 anni, che nel pieno della sua giovinezza è venuto a mancare all'improvviso. Lo ha salutato e ha ringraziato  i presenti e lo ha fatto con chiarissimo dolore ma anche con una dignità, una compostezza, una profondità che ha commosso e colpito tutti.

Quel padre è uno dei miei cugini. Di quei miei cugini con cui sono cresciuta come se fossimo fratelli e sorelle. Dodici cugini figli di sei sorelle, sparsi per l'Italia e una anche oltre oceano. 

La nostra storia è fatta di ricordi meravigliosi e di affetto grande. E la nuova generazione è il prolungamento di quella storia. I nostri figli, anche se molto spesso distanti tra loro fisicamente, stanno crescendo con in cuore lo stesso nostro sentimento basilare di unione, di condivisione. Di famiglia.

Ieri non eravamo tutti, quelli più lontani non sono riusciti a venire, ma noi che c'eravamo ci siamo stretti intorno a quella bara bianca e ai quei genitori a cui è stata inflitta la prova più immensa che si possa affrontare. E ci siamo sentiti famiglia.

Questa Santa Pasqua la vivremo in modo particolare, forte, doloroso, profondo, come l'anno in cui arrivò subito dopo che era morta la mia mamma. Ma stavolta è un dolore diverso, che lascia senza parole perchè lui era solo un ragazzo e anche perchè questo colpo è piombato su di noi come una mazzata tra capo e collo, senza preavviso. 

La vita è un soffio, Lilli. Quanta retorica, eppure quanta amara verità in questa constatazione.

Ieri tornando a casa guardavo i miei figli e mi sono detta una volta di più che voglio che loro crescano così come sono cresciuta io, con dentro sempre la certezza e la forza che dà sapere che la famiglia c'è e ci accompagna.

giovedì 22 marzo 2018

Neve di primavera

Cara Lilli,

ci dovrei essere abituata fin da bambina, eppure... quello che mi sorprende ogni volta è l'aria pulita, l'atmosfera ovattata, il silenzio irreale, specie quando come me si abita un pò fuori dal centro abitato.

Nella luce fioca e azzurrina del calare della sera, questa è la neve di primavera...





AGGIORNAMENTO DI VENERDI' 23 MARZO 20128:

Neve di primavera, al mattino...




martedì 20 marzo 2018

Sorella maggiore

Cara Lilli,

in questo momento io sono qui a scriverti e loro sono nell'altra stanza. Li sento ridere.

Ma non ridono soltanto. Sento anche lei che gli dice: "Dai, ripeti con me: pa, pe, pi, po, pu".

E la vocina di lui che effettivamente ripete le sillabe, con questa benedetta "P" che finalmente è venuta fuori.

Poi ancora lei: "Adesso ripeti le paroline: papà... pipì...", per arrivare poi al pezzo forte: "puzza"!

Lui non se lo fa dire due volte ed esclama tutto divertito: "PUZA"!

:-)

E pensare che quando è nato il monellino io e mio marito eravamo contenti perchè così la monella avrebbe avuto un aiuto, un sostegno nel suo percorso non semplice. Invece la vita ci ha riservato altre cose, altri percorsi da aggiungere a quello che già avevamo intrapreso e ha voluto in qualche modo ristabilire i ruoli: così che è proprio lei, da vera sorella maggiore, a dare sostegno al suo fratellino, con la spontaneità e il candore disarmante che la contraddistinguono in tutto ciò che fa.

 

venerdì 16 marzo 2018

Venerdì del libro (266°): LA SIGNORA HARRIS VA A NEW YORK

Cara Lilli,

arrivo tardissimo oggi ma ancora in tempo in effetti per parteciapre anche questo venerdì all'iniziativa di HomeMadeMamma e ti parlo al volo di un libro davvero piacevolissimo: LA SIGNORA HARRIS VA A NEW YORK di Paul Gallico.

Un romanzo delizioso, così come lo è il primo scritto da Gallico sempre con protagonista l'arguta, instancabile, generosa cameriera inglese sulla sessantina. Se ricordi, te ne ho parlato qualche annetto fa, QUI

Si legge con disinvoltura così come si beve un bicchier d'acqua questo libro e disseta davvero. Disseta la voglia di leggerezza e di piccoli-grandi sogni da realizzare, con sfumature un pò fantasiose anche ma mai banali. Ed è un libro ben scritto, cosa che non guasta affatto!

Stavolta Ada Harris, che nella sua prima avventura inseguiva il sogno di avere un abito da sera della maison Dior, ha un ben più alto desiderio e cioè aiutare un bambino affidato dalla madre ai suoi vicini di casa, una famiglia assai poco raccomandabile per modi di fare e di pensare, a ritrovare la felicità e ricongiungersi con il padre, un ex aviatore americano.

Il viaggio sarà ancora più avventuroso di quello fatto a Parigi in precedenza perchè la signora Harris ha a disposizione così scarse informazioni che l'impresa appare quasi impossibile. Ma nulla ferma la nostra amica, che andrà oltreoceano incontro ai tanti punti interrogativi con caparbietà, ottimismo e un buon pizzico d'incoscienza.

Sarà circondata da amici vecchi e nuovi e come sempre lascerà il segno in un modo o in un altro nella vita di tutti coloro che avranno a che fare con lei.

Un romanzo che che consiglio senz'altro, che regala ore di relax e un bel sorriso. E non è poco: ci vuol talento anche per quello :-)




I suggerimenti di altri blogger per questo venerdì del libro li trovi elencati QUI